Lunedì, 27 Settembre 2021
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Sulla musica organistica in Italia, tra crisi, prospettive e possibili vie di fuga.

Lamentiano quotidianamente, noi organisti italiani, la situazione di precarietà e fatica nella quale ci ritroviamo ad esercitare la nostra arte, professione vera e propria, nobile e costellata di sacrifici: un’attività che tuttavia nel nostro Paese non è riconosciuta per quello che vale e di conseguenza, agli occhi dei più, finisce per caratterizzarsi come la cenerentola tra tutte le possibili “vocazioni” musicali.

Se l’organista vede restringersi vieppiù l’orizzonte delle possibilità lavorative (pochi gli organisti che riescono ad accedere all’insegnamento in Conservatorio, a vivere con l’attività organistica liturgica o col concertismo), in fin dei conti dipende dal fatto che oggi non vi è una richiesta di musica d’organo che sia anche solo lontanamente paragonabile, per dire, alla domanda di consumo di altri settori della musica colta, a loro volta già relegati ai margini dalla concorrenza economicamente schiacciante di generi e gusti musicali più “popolari”. E se non c’è fame di note d’organo, in Italia più che nel resto d’Europa, non sarà forse perché il nostro strumento non riesce più a comunicare con i bisogni musicali della società contemporanea, a differenza di quanto è riuscito a fare durante i secoli passati? Se la secolarizzazione ha allontanato dai contesti religiosi strati ampi di popolazione, è anche vero che non si tratta d’un problema solo italiano; tutta nostrana, invece, è l’assenza dell’organo a canne dalle sale da concerto, il che lo esclude dalla programmazione delle stagioni sinfoniche, cosicché è taciuta al pubblico melomane l’esistenza stessa di una letteratura che è tra le più vaste in assoluto. Peraltro, non avrà avuto nessuna conseguenza il combinarsi di tre fattori quali l’iperspecializzazione filologica nel repertorio, la tutela a tutti i costi di qualsiasi organo vecchio più di 50 anni, il disinteresse delle comunità parrocchiali verso la costruzione di nuovi strumenti a canne, ritenuti onerosi ed inutili?

L’organo fatica a far sentire la sua voce e, pur con qualche positiva eccezione, tale afasia si manifesta all’interno del contesto per eccellenza nel quale trova ospitalità da secoli immemorabili, cioè la chiesa, intesa come luogo cultuale e culturale (le rassegne concertistiche stanno fronteggiando i crescenti tagli dei finanziamenti). Quali le cause del disinteresse? Beh, di certo deve aver un peso determinante l’impietoso livello di educazione musicale di base nella società, che sempre meno ha fame di musica “alta” e che richieda un minimo impegno d’ascolto – figuriamoci se all’establishment politico-culturale ed economico non convenga una simile condizione, in cui il cittadino si abitua vieppiù alla mediocrità del gusto estetico! Ma a parte ciò, il paradosso di fondo mi sembra questo: l’Italia, paese cattolico con una percentuale di fedeli praticanti ancora relativamente alta, è di fatto il Paese europeo che attribuisce minor importanza alla musica organistica dentro e al di fuori della liturgia, mentre nei paesi del centro-Nord Europa, dove la pratica religiosa attiva è in netto calo, la considerazione verso l’organo e la sua immensa letteratura è tuttora rimasta ai massimi livelli di tutto il continente. Lo stesso potrebbe dirsi degli USA o del Canada (sorvoliamo su Cina o del Giappone, Paesi evidentemente non cristiani ma che hanno sviluppato un culto verso la musica colta occidentale, organo incluso). Ovvio, si tratta di nazioni che hanno mantenuto un livello di cultura musicale diffusa incredibilmente alto rispetto all’Italia, ma per quanto concerne l’Europa settentrionale è evidente che il merito di aver ravvivato il patrimonio di musica sacra, corale e organistica vada riconosciuto specialmente a organizzazioni ecclesiastiche quali la Chiesa luterana in Germania o la stessa Chiesa di Svezia, ad esempio, capaci di attribuire tuttora un’importanza altissima alla musica nel culto: un atteggiamento che, come per osmosi, riesce a trasmettersi anche al di fuori della sfera sacra con festival organistici diffusi, vitali legami con i dipartimenti d’organo delle università (citiamo uno per tutti Goteborg) e, last but not least, costituisce l’humus per l’ideazione e costruzione di nuovi strumenti a canne, in edifici religiosi come in innumerevoli sale da concerto. L’opposto di quanto accade a Sud delle Alpi.

Il discorso, allora, non può che collocarsi sul piano culturale, e chiamare in causa quel generalizzato fenomeno di svalutazione della cultura musicale, e di conseguenza organistica, che si è fatto strada in seno alla Chiesa cattolica italiana all’indomani del Concilio Vaticano II, sulla scorta di una forzata interpretazione delle intenzioni, di per sé valide e condivisibili dato il quadro storico, di rinnovamento e apertura alla modernità. Nell’ansia di comunicare il messaggio evangelico in modo meno mediato e più diretto con l’uomo contemporaneo, l’errore è stato quello di gettare via il bambino con l’acqua sporca, cioè relegare l’arte esecutiva, interpretativa e compositiva corale-organistica ai margini della proposta musicale liturgica solo perché tale patrimonio appariva datato, a tutto vantaggio di espressioni musicali etichettate come giovanili. Ma sappiamo fin troppo bene qual è stato l’esito di un simile orientamento: deprofessionalizzazione dell’organista, scadimento della qualità della musica al servizio della liturgia, sciatteria nelle melodie e testi dei canti, ergo ulteriore allontamento delle masse di fedeli… Salvo eccezioni, come già scrisse il caro maestro Nosetti in suo articolo sul Bollettino Ceciliano, la Chiesa italiana ha “perso un’incredibile opportunità” nel non aver tenuto nella giusta considerazione il valore dell’incommensurabile patrimonio d’arte, di musica e di fede che è inscritto nel nostro amato universo organistico (che la Chiesa stessa nel corso dei secoli ha contribuito a generare). Eppure, da cattolico e figlio dell’Italia, sono convinto che un simile orientamento “pastorale” ed estetico-musicale non sia stato condiviso che da una parte del variegato mondo cristiano-cattolico. Ho la fortuna di conoscere alcuni sacerdoti che manifestano il dono di un’eccellente sensibilità e simpatia per le “cose della musica”, indipendentemente dal fatto di averla studiata o no! Nel contempo, però, mi viene da pensare che la simpatia per l’organo e il decoro della musica liturgica, manifestata dalle singole persone da sola non basti, se non c’è un sistema, un retroterra favorevole all’accoglienza e maturazione degli input artistici. Ne dà prova l’operato di non pochi compositori organisti e personalità musicali che nel corso dei decenni postconciliari hanno dato un contributo attivo alla crescita del repertorio nelle sue sfaccettature (sacro, liturgico e concertistico), rimanendo tutto sommato inascoltati dai più, lontani dalla popolarità, come sagge voci “clamantes in deserto” (Bartolucci, Zardini ad esempio).

A ben rifletterci, in ultima analisi, se il sistema scolastico italiano ha fallito in buona parte nell’obiettivo dell’educazione musicale capillare, la Chiesa da parte sua è incorsa in modo parallelo nello stesso errore, venendo meno a una delle sue missioni costitutive, ovvero l’annuncio della Bellezza autentica, che esige che i cristiani “cantino inni con Arte”: ecco due linee di tendenza socioculturale che, a mio giudizio, si sono sommate nel decretare la definitiva collocazione del nostro Paese in un limbo che, ahinoi, non ha concrete opportunità di realizzazione artistica, sociale, professionale da offrire a un musicista “colto” che vive di studio continuo, abnegazione e dedizione come l’organista. Voglio in ogni caso augurare a me stesso e a tanti amici colleghi, che sia ancora possibile operare il miracolo della rinascita della cultura dell’organo quale veicolo privilegiato dell’espressione musicale all’alba del terzo millennio, persino nell’italico caotico hic et nunc. Quanto bisogno c’è di realizzare nuovi organi, strumenti funzionanti e funzionali alla letteratura tutta a prescindere da paturnie filologiche, quanta sete di momenti di formazione, seminari, concerti, lezioni-concerto, occasioni di divulgazione rivolte in particolare ai ragazzi, i consumatori musicali del domani oltre che dell’oggi! In auditorium come in chiesa, quanto gioverebbe avere una vitalità organistica “germanica” fatta di strumenti nuovi di zecca e impeccabili, decoro liturgico, spazi concertistici che coprano tutto l’anno. Fantascienza, forse… Mi viene in mente l’operato di un Fernando Germani, alfiere nostrano dell’universo estetico-sonoro d’un Bach ancora poco divulgato agli italiani (fu il primo a suonarne pubblicamente l’opera omnia organistica): costituisce un’esperienza davvero emozionante il vedere i filmati delle sue esecuzioni a memoria alle consolles di alcuni noti organi da concerto di mamma RAI! A onor del vero, non nascondo di temere che la mia speranza si riveli un’illusione autoconsolatoria, tale proiettarsi sul valente esempio di un grande del recente passato quale Germani confidando che lo si possa riproporre oggi con un certo annesso di audience e riscontro in larghe fasce della società (Virgil Fox docet).

Ebbene sì, per un giovane organista, probabilmente, l’unica via di salvezza artistica e professionale resta la tanto decantata, blasonata e sofferta (dipende dai punti di vista) fuga all’estero, se non altro per una seria occasione formativa, master e quant’altro, verso una di quelle Nazioni (non molte, in verità) dove la cultura con la C maiuscola è riconosciuta essere l’ingrediente fondamentale nella formazione e piena espressione del potenziale umano. Un trasloco in cerca di lavoro, specializzazione negli studi presso una prestigiosa Università americana o del Nord Europa, che apra le porte a una stimolante pratica musicale negli ambienti ecclesiastici, universitari e concertistici che davvero valgono. In fondo, un’esperienza “in fuga” include pur sempre un incommensurabile beneficio, che altro non è se non la straordinaria potenzialità di un arricchimento a tutto tondo, insieme all’esperienza di una maturazione artistico-musicale completa, tanto produttiva per sé quanto motivo di onore per la cara patria. Senza escludere oltretutto l’eventualità di un ritorno e la possibilità di riportare a casa, un giorno, i germogli di una rinascita, culturale, artistica, ma soprattutto umana e sociale, nell’ottica di un’apertura del mondo organistico a nuovi, possibili orizzonti di sopravvivenza nella contemporaneità liquida, superficiale e distratta da tutto ciò che è vera arte e cultura. Paolo Giacone

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