Lunedì, 27 Settembre 2021
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Strumenti per una analisi oggettiva

Nei precedenti editoriali sono state messe in luce numerose situazioni createsi con il progredire del movimento riformista che, scaturito dal grande alveo del Concilio Vaticano Secondo, si è poi ramificato in una miriade di intuizioni, ipotesi, progetti e atti che hanno coinvolto in varia misura tutte le specifiche competenze legate all’ambito liturgico.

Molti sono stati coloro che hanno contribuito con il loro studio e pensiero a rimettere in moto un meccanismo che, ormai fermo da troppo tempo, aveva necessità di trovare sbocchi differenziati a problematiche latenti. Si è disquisito un po’ su tutto: le strutture architettoniche per le nuove aule liturgiche, l’adattabilità delle chiese preesistenti alle nuove esigenze celebrative, le suppellettili sacre, i paramenti e altro ancora. Normalmente, nei casi citati, il dialogo si svolgeva ( e tutt’ora si svolge) tra autorità ecclesiastica, magari appoggiandosi all’illuminato liturgista in voga, e il professionista competente per il proprio specifico settore (architetto, artista o sartoria specializzata). Lungi dal giudicare i risultati di queste sinergie dal punto di vista estetico, bisogna però riconoscere che, dove le professionalità in gioco erano rappresentate adeguatamente (e i budget non imprimevano derive al ribasso), i risultati sono stati spesso perlomeno dignitosi o, almeno, funzionali.

L’unico ambito liturgico al quale, se non in minima parte e in rare occasioni, pare non essere stata applicata questa formula è quello musicale. Ma si sa … l’Italia è Paese dove tutti sono musicisti e dove le radici della tradizione musicale affondano nella notte dei tempi. Purtroppo però, queste radici sono ormai così lontane da non riuscire più neanche a manifestarsi in quella minima base di cultura musicale che, ancora evidente in quasi tutte le culture eupropee ed extraeuropee, da noi è praticamente estinta. Forse pensando che a noi basta la “passione”, decenni di dissennate politiche educative da parte di uno Stato più che miope, sordo (almeno in questo caso) hanno cancellato ogni traccia decente di educazione musicale dai percorsi formativi della scuola dell’obbligo per non parlare del deserto che regna nei livelli scolastici successivi.

Ma l’Italia è il Paese dei musicisti! Con questa prospettiva in mente, nel fervore postconciliare dove sembrava a molti che bisognasse cambiare tutto, a tutti i costi e il più in fretta possibile, si è pensato bene che, se per una nuova chiesa bisognava consultare almeno architetto e ingegnere, per un nuovo canto il contributo di chiunque fosse anche solo in grado di fischiare una melodia (fischiarla non scriverla …) potesse essere il benvenuto. Lasciamo poi stare quelle inutile e arcaiche strutture che si chiamano armonia e contrappunto: basta approntare qualche sigla di accordi (a volte neppure troppo pertinenti) per poter sfornare il nuovo prodotto, pronto per essere stampato (perché con gli occhi a $ da Zio Paperone, molti editori “cattolici” si sono da subito impegnati nella nuova crociata) e venduto a masse inermi (poiché sprovviste di adeguati strumenti critici) di parroci e animatori (giovanili e non), sicuri che l’avallo della nota casa editrice sostituisse in modo ancor più convincente il vecchio “Imprimatur” vescovile. Ma talvolta vi era anche questo …Il risultato di tanto ardore, anche solo letto come dato statistico, è che l’Italia, nei circa quarant’anni dal Concilio ha prodotto una mole di “nuova” musica liturgica (se così possiamo definirla) superiore a quanto edito dall’insieme delle altre nazioni europee. Non male in termini di business ma, viene da chiedersi, con quali benefici per il nostro popolo di Dio?Sempre in termini statistici il nostro Paese resta in coda (e non solo in Europa) per quanto riguarda la cultura musicale (e artistica in generale) e, nel nostro specifico e nonostante lodevoli sforzi siano stati fatti in questa direzione, per partecipazione canora all’interno delle celebrazioni.

Chissà perché, dopo analisi e verifiche del livello di “partecipazione attiva” delle nostre assemblee condotte a vari stadi, nessuno si sia mai chiesto perché i fedeli coinvolti nei riti (cattolici, ovviamente, ma non solo) in una chiesa tedesca, inglese, polacca e molte altre, cantino le cose loro spettanti con percentuali vicine al 100% mentre da noi, pur dopo anni di sollecitazioni, ancora questo non succeda. Certo, grande ruolo gioca la cultura musicale (anche solo quella popolare) che in queste nazioni resta parte attiva della formazione di un individuo. È però altrettanto certo che l’aver evitato dispersione sul tipo e stile di repertorio proposto all’assemblea (che non vuol dire non aver introdotto, accanto alle musiche tradizionali e mai abolite, anche nuove melodie pertinenti alle possibilità vocali della gente comune) ha favorito una maggior unanimità partecipativa, a dispetto di luoghi e appartenenze.Perché io, musicista che mi sposto frequentemente a causa della mia attività in buona parte dell’Europa e di altri continenti, all’estero riesco sempre a partecipare cantando a una celebrazione (superando anche il problema linguistico), mentre in Italia se già entro nella chiesa del paese limitrofo mi ritrovo immerso in un mondo totalmente nuovo, con canti mai sentiti qualche chilometro più in là?È pur vero che l’italiano esprime un carattere prevalentemente individualista e, quindi, necessita sempre di distinguersi dagli altri facendo “qualcosa di diverso”, non necessariamente migliore. I nostri vicini d’oltralpe (non solo i germanofoni ma anche i francofoni) invece hanno da sempre idee più coese sul sentirsi “popolo” che, di conseguenza, si riflettono anche su scelte di pragmatica, incluso il canto liturgico.

Non è che, forse, con l’idea preconcetta che la “partecipazione attiva” del popolo ai riti fosse da intendersi in maniera solamente letterale (almeno nell’accezione della traduzione italiana di actuosa partecipatio), ovviamente a scapito di quell’interiorizzazione che il testo latino evidenzia con maggior cura, ci siamo lasciati sfuggire il sano principio logico-pratico per il quale, soprattutto in un Paese a scarsa educazione musicale come il nostro, poche cose solide, chiare e di sana costruzione artistica (secondo una verità estetica che non risponde a mode o a stili specifici) avrebbero avuto maggior efficacia del bailamme al quale abbiamo sottoposto i nostri parrocchiani? I recenti ed encomiabili tentativi dell’Autorità Ecclesiastica italiana (al quanto tardivi in vero) di rimettere un po’ d’ordine in questa caotica situazione, a mio modesto avviso non credo sortiranno risultati apprezzabili. Pur un passo avanti rispetto alla giungla in essere, il nuovo Repertorio Nazionale CEI ha più l’aspetto dell’enciclopedia che del prontuario, riproponendo ancora una volta l’idea italica della supremazia del supermercato rispetto al valore della boutique di qualità. Non entro nel merito delle scelte operate per i canti in elenco ma esprimo ancora una volta lo stupore per una metodologia che sembra esprimere scarsa opera di analisi del terreno su cui questi strumenti dovrebbero attecchire. Anche la pervicace insistenza nel voler mettere a disposizione dei fedeli solo i testi dei canti proposti, senza il necessario corredo delle melodie, si oppone a ogni logica, vuoi didattica (anche indiretta, per abituare i nostri amici a vedere la musica per quello che è, non solo una serie di parole come nel karaoke) vuoi di aiuto a coloro che (pochi o tanti che siano) magari una melodia la saprebbero leggere e, favoriti da ciò, riuscirebbero a unirsi al canto.

Tutto questo raramente succede all’estero. Ma l’Italia è il Paese dei musicisti … Non migliora la situazione la mancanza di educazione musicale nei seminari. Tranne felici e autonome scelte personali, il percorso didattico di un seminarista oggi in Italia prescinde totalmente da questo punto. Non si tratta solo di saper leggere un po’ di musica da uno spartito o pigiare qualche tasto sopra di un harmonium; per educazione intenderei la “formazione” al bello e ai valori positivi che la buona musica, liturgica e non, può trasmettere, che possono sempre rivelarsi utili a un “educatore”. Nello stato di abbandono istituzionale che la cultura musicale sta vivendo in Italia, la Chiesa ha perso un’opportunità incredibile nel non valutare adeguatamente il potere attrattivo ed educativo della musica nei confronti dell’individuo, teoria già patrocinata a metà del XIX secolo da due educatori di vaglia quali il Rosmini e don Bosco. Le nostre realtà ecclesiali restano, assieme ai comizi di piazza e ai raduni negli stadi, le ultime aree di ritrovo costante per molte migliaia di persone che, settimanalmente, potrebbero essere coinvolte e condotte gradualmente attraverso un cammino di comprensione al bello e al buono. Il tipo di traguardo raggiungibile dipende solo dalla qualità di ciò che noi siamo in grado di offrire loro.In questa panoramica che, mi duole dirlo, vede ancora troppi aspetti critici da risolvere, molti sprazzi di luce si sono però aperti, sempre in concomitanza tra l’agire di un pastore sensibile e il coinvolgimento di operatori, ognuno nel proprio ambito, professionalmente adeguati. In ogni diocesi ci si cruccia, e giustamente, sulla formazioni di catechisti, ministri straordinari, educatori, ecc… ma raramente si arriva a capire che anche la musica necessita essere gestita in modo professionale (se poi anche da professionisti, ancor meglio). Purtroppo se buona volontà e spirito di servizio possono essere sufficienti per attivarsi in vari servizi parrocchiali, in questo ambito, in mancanza di specifiche competenze e qualità, il risultato non potrà che essere inadeguato se non fuorviante.

Tutti sanno manovrare scopa e paletta per le pulizie, non tutti possono scrivere musica, suonare uno strumento o dirigere un coro. E questo senza alcun giudizio di merito sull’importanza dei singoli servizi svolti per il bene della comunità cristiana.Prima ancora di discutere preconcettualmente su gregoriano, polifonia, canto popolare o espressioni di deriva po-rock potrebbe essere ancora utile – non è mai troppo tardi – interrogarsi sul reale valore che si vuole attribuire alla musica e al suo messaggio universale all’interno delle nostre liturgie e, conseguentemente, valorizzare al meglio la professionalità di coloro che hanno capacità e mestiere per poter far lavorare una comunità su questo tema, fornendole nel contempo i supporti musicali più seri e adeguati per la fruttuosa partecipazione di tutti.

 Massimo Nosetti

 

Articolo estratto dal Bollettino Ceciliano dell’ Associazione Santa Cecilia– Periodico mensile anno 108, n° 11 Novembre 2013

Pubblicato previa richiesta di autorizzazione avvenuta a mezzo email in data 18 dicembre 2013

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