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Perché la musica barocca?

2 agosto 2012

In margine ad un qualsiasi festival di musica barocca

E’ il fenomeno degli ultimi decenni, l’evoluzione nel campo della musica classica; o forse la sua stazione d’arrivo. A pensarci freddamente, è un fenomeno di pura intellettualità, di raffinata cultura, di travestimento mascherato da buoni propositi. Le sue forme sono le più varie:

c’è l’esecuzione fedele (fedele? non ci sono partiture meno dogmatiche di quelle barocche, chi non lo sa?) dei repertori antichi, si ricostruiscono gli strumenti d’epoca (evitando lapalissiane considerazioni su strumenti “autentici” che il lettore può ben immaginare da sé), si fanno registrazioni sulla base delle testimonianze della prassi del tempo (ignorando bellamente i suggerimenti di libertà che vi sono contenuti), si ripropongono ambientazioni (fin troppo suggestive) del passato e via dicendo. Stiamo parlando della (neo-)diffusione della musica antica e barocca, musica che, all’interno di un fenomeno tutto novecentesco che è quello dell’esecuzione filologica della musica del passato, va in onda con grande facilità nelle grandi, medie, piccole e minuscole programmazioni concertistiche e, anche se non più alla grandissima ma sempre bene, nelle vendite discografiche.

Pura intellettualità si diceva; già, perché occorre rendersi conto che l’ascoltatore che assiste alla esecuzione di un “Ulisse tornato in patria” si distrae dalle occupazioni quotidiane per riaccendere un frammento del passato e calarsi in una musica scritta tre secoli prima; è come se si volesse inconsciamente rinunciare all’elettricità per tornare alle torce, all’automobile per salire una carrozza, al supermercato per l’orto dietro casa. Una spiegazione a tutto questo ci deve pur essere e, senza andare troppo sul filosofico, probabilmente possiamo trovarne una nel linguaggio di questa musica e nelle sue proprietà; se osserviamo da vicino la musica che va dalla fine del seicento fino alla seconda metà del settecento, troviamo che è fondamentalmente semplice; per dire, ci puoi trovare anche una insospettabile parentela con la musica leggera d’oggi: l’armonia di un minuetto di Haydn non è differente da quella impiegata da un motivetto di Rita Pavone e il giro di accordi di un’aria di Bononcini è del tutto simile a quelli di “E’ per te” di Jovanotti; in altri termini, la musica barocca (cui vanno aggiunti tre o quattro decenni) presenta delle strutture linguistiche a uno stadio facile, chiaro e nitido, non pone alcuna problematica di ascolto né esige ardue prove di decodifica; da Beethoven in poi queste strutture si sono complicate, un po’ alla volta, a dismisura per andare ad attorcigliarsi nelle secche della dodecafonia o delle dissonanze a tutti i costi.

E allora la deglutizione è diventata difficile, lì. La musica barocca qualcuno l’ha chiamata la “lingua musicale materna degli occidentali”, qualcun altro la musica della “regressione all’utero”; non è la prima volta che la storia della musica non va verso la complessità ma verso la semplificazione, verso la fruibilità, il consumo; orfani della musica contemporanea che, anziché offrirsi al moderno si nega ostinatamente e si crogiola nelle sue fumisterie incomprensibili, dove si poteva trovare un elegante sostituto che fosse altrettanto plausibile? Non nella musica leggera, che è ancora considerata, a torto, una mediocrità dello spirito e che invece è purissima arte anche lei, con buona pace dei soloni; non nella musica popolare, che peccherebbe di lesa cultura. E allora? Ecco la musica antica, chic e impegnata quanto basta e dunque figlia legittima della cultura classica.

E’ un dato di fatto che questa musica non è difficile da capire e nemmeno da eseguire, basta suonare le note e tutto quadra immediatamente; gli ensemble antichi non avevano neppure bisogno del direttore d’orchestra (e fa niente se tanti fanno carriera dirigendo musiche che non hanno nessun bisogno di essere dirette), perlopiù gli esecutori erano pochi e dilettanti e oggi chiunque, con una preparazione anche minima, può arrivare a mettere insieme una pulita esecuzione barocca, che ci vuole? Dunque, da un punto organizzativo è tutto più semplice e il risultato è garantito automaticamente, perché comunque la musica suona bene, si fa in quattro e quattr’otto e non pone l’ascoltatore in condizione di chiedersi dove sta il senso; nell’era del consumo di massa questa musica sembra realizzare quel bisogno di immediatezza, di fattibilità e di comunicazione per cui l’avvenimento culturale non ha bisogno di spiegazioni e si realizza e si perde nell’immediato. Dopo decenni di nevrosi paralizzanti e di progressiva incomunicabilità e complessità come si andava delineando la musica contemporanea negli anni 40 o 50, come si è evoluto il mondo della musica? Prima rifacendo i brani classici che suonano sempre così meravigliosi, e, da poco, cercando quelle belle musichette che si imparano anche a memoria, direbbe Bach. Il concedersi la restaurazione di un’intesa fra sé e il mondo non può che apparire salvifico.

D’altra parte non si può ignorare il rischio di ogni revival: la cristallizzazione del passato, il ridurre l’oggetto a pura fonte di piacere superficiale; la differenza di epoche  non può non tradire la riduzione della musica ad oggetto di museo se si pensa che qualsiasi brano del passato ha perso la funzione sociale a cui la pratica le collegava; le feste, i riti religiosi erano connaturati a queste musiche, tanto che le sue forme rispecchiavano l’ordine, i tempi, gli spazi e tutto ciò che apparteneva alla circostanza più minuta; tutto ciò era percepibile soltanto ai contemporanei; e frequentemente l’ascolto oggi vive di un alone beatificante apriori; a ben vedere, una fuga di Bach era decifrabile naturalmente ai suoi tempi, oggi diventa un’acrobatica prova di resistenza; un oratorio di Haendel è di una lunghezza insopportabile e tante sue parti non dicono nulla; ma resta l’illusione del comprensibile che gioca con il buon senso; oggi è il lusso dell’intelligenza, la rinuncia all’attualità per illudersi che il passato ci racconti il presente. Per qualcuno è una mistificazione, alibi per musicisti inautentici, scorciatoia del senso, fossilizzazione della musica, rifugio di anacronistici raffinati intenti a celebrare un elegante sotterfugio cui ricorrere per crearsi una musica su misura; per altri un gesto che serve per recuperare una positività alla musica, per ripristinare le coordinate ideali del fare-musica, per conservarsi il tanto amato “far le cose a mano come un tempo”; da gustarsi fin che dura. E in fondo è soltanto un modo come un altro per trovare una ragionevole gestione del presente. di Fausto Caporali

 

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