Lunedì, 02 Agosto 2021
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          Il canto dell’Assemblea liturgica fra risorsa ed equivoco.

In  un  mio  recente  intervento  intitolato  “Il  canto  gregoriano:  un  estraneo  in  casa  sua”  (relazione tenuta il 19 maggio 2012 a Lecce, in occasione del 1° incontro nazionale “Colloqui sulla musica sacra: cinquant’anni dal Concilio Vaticano II alla luce del magistero di Benedetto XVI”), ho inteso  sostanzialmente  rispondere  alla  domanda:  “Cos’è  il  canto  gregoriano?”.  Le  riflessioni  sulla natura dell’antica monodia liturgica hanno suggerito vari “livelli” di risposta, ma hanno soprattutto motivato  e  dato  corpo  alla  definizione  del  canto  gregoriano  come  “canto  proprio  della  liturgia romana”  (SC116).  

  Il  presente  contributo  non  è  che la  continuazione  del  medesimo  percorso,  ne presuppone  le  fondamentali  acquisizioni  e  orienta  la  riflessione  alle  conseguenze  che  ne  derivano. Conseguenze  che  interessano  i  nodi  centrali  del  canto  liturgico,  primo  fra  tutti  il  rapporto  fra assemblea e canto della liturgia secondo valutazioni possibilmente al di sopra di consolidati luoghi comuni e fuorvianti semplificazioni.  Il dibattito post-conciliare sul canto assembleare si è sempre contraddistinto per i toni accesi: a  mezzo  secolo  dai  pronunciamenti  ufficiali  –  seguiti  da  documenti  magisteriali  non  meno significativi  sul  canto  liturgico  –  la  questione  non  può  certo  dirsi  risolta.  La  debole  riflessione ecclesiale  ha  contribuito  a  determinare  un  progressivo  degrado  della  prassi  liturgico-musicale,  con esiti  non  di  rado  avvilenti.  Ne  è  esempio  paradigmatico  la vexata  quaestio della participatio actuosa,  pietra  miliare  della  riforma  liturgica  post-conciliare,  trasformatasi  presto  nel  frutto velenoso  di  un  assemblearismo  estremo  e  a  tutti  i  costi;  alla  partecipazione  si  è  sostituita l’omologazione e si è finito per depauperare ciò che l’ultimo Concilio aveva chiesto di arricchire. Il canto  assembleare  è  divenuto  la  “traduzione  simultanea”  della  partecipazione  attiva:  secondo l’opinione   divenuta   largamente   maggioritaria, tutto ciò  che   lo   esclude   si   configurerebbe automaticamente  come  elemento  in  sé  negativo  perché in  contraddizione  “a  priori” con  tale principio.
          In  realtà,  quanto  appena  affermato  non  ha  proprio  nulla  a  che  fare  con  la  dignità  e  la specificità che vanno certamente riconosciute – ma in altro modo – al canto assembleare, chiamato ad  essere  “valore  aggiunto”  e  non  elemento  distruttivo  della  componente  musicale  dell’atto celebrativo.  Non  solo,  ma  più  in  profondità  va  stigmatizzato  –  come  si  dirà  più  avanti  –  un  grave errore  concettuale:  quello  di  assegnare  una primazia  al  canto  assembleare  nel  culto  divino, contraddicendone  clamorosamente  la  natura  e  la  storia.  La  messa  in  discussione  di  un  presunto primato  del  canto  assembleare,  in  verità  non  mortifica  affatto  il  ruolo dell’assemblea,  la  cui partecipazione attiva va intesa e vissuta su un piano assai più alto di un banale attivismo liturgico.Tale  consapevolezza  si  sostanzia  in  spazi  e  competenze  specifiche,  in  verità  normale  regola liturgica,   secondo   la   quale   ad   un   patologico   assemblearismo   va   sostituito   il   valore   della ministerialità.  La  riflessione  sulla  ministerialità, a  tutt’oggi  bisognosa  di  nuovi  contributi,  non  può sottrarsi  anche  ad  un’ulteriore,  nuova  e  più  profonda  riflessione  sulle  “forme  proprie”  ad  essa connesse. Tocchiamo qui un punto assai delicato della questione perché vengono messi in gioco due aspetti  decisivi:  la potenzialità  dell’assemblea  e  la  sua idoneità  a  realizzare  in  canto  i    momenti propri del rito.
Ragionando  sulle  conseguenze  derivanti  da  una  riflessione  sulla  natura  “ecclesiale”  del canto  gregoriano,  ci  accorgiamo  che  il canto  proprio  della  liturgia  interessa  innanzitutto  i canti propri della liturgia, che in tal modo divengono a tutti gli effetti atti liturgici. Sul versante musicale, cosa rende proprio, ad esempio, un introito o un communio di una messa? Si dirà: il testo. E’ vero, ma  è  sufficiente? 

E’  sufficiente  assicurarsi  che  in  ogni  contesto  risuonino  testi  specifici?  In  altre parole:  è  sufficiente  intendere  il  proprio  come  pura  materialità  del  testo  letterario,  in  latino  o  in lingua volgare che sia? Certamente no. Il testo è ovviamente il presupposto essenziale o, se si vuole,il  “materiale  buono”  :  esso,  tuttavia,  attende  di  prendere  forma  sulla  base  di  un  vero  e  proprio progetto  di  elaborazione.  Un  progetto  che,  nel  pensiero  della  Chiesa,  è  orientato  all’esegesi  da presentare come atto liturgico: la grande tradizione del canto gregoriano ne è paradigma indelebile, non  in  ragione  delle  sue  qualità  artistiche  –  legate  all’epoca  medievale  in  cui  si  è  sviluppato  –  ma principalmente  in  virtù  del  suo  carattere  “simbolico”.  Ed  è  precisamente  quest’ultimo  il  dato ineludibile che il canto gregoriano ci ha consegnato per sempre e che la Chiesa ha dichiarato “suo”: non   tanto   un   repertorio   musicale,   ma   un progetto   esegetico;   non   un   elenco   di   canti,   ma un’elaborazione precisa di testi. Al testo, che dovrà prendere suono per divenire momento liturgico-musicale  proprio,  è  necessariamente  associato  un  percorso  stilistico-formale  rigoroso,  che  diviene vera   e  propria   architettura  sonora  rispettosa  di  un  progetto   articolato,  complesso,  ordinato. Insomma,  il  testo  previsto  per  ciascun  momento  liturgico  diviene  liturgia  cantata  solo  dopo  aver percorso un “itinerario proprio”. Pertanto, solo il progetto può dirsi proprio, non il testo in quanto tale.
  Se  è  vero  che  ogni  epoca  è  chiamata  a  far  risuonare  i  testi  propri  della  liturgia  in  ragione  di sempre nuove sensibilità ed espressioni musicali, è altrettanto vero che tale libertà non può fondarsi unicamente  sul  puro  rispetto  dei  testi.  Ritenere  sufficiente  –  o  perfino  auspicabile  –  questo principio, significherebbe cambiare sostanzialmente le regole del gioco, legittimando un’operazione di frantumazione al ribasso come risposta ad una consegna di tutt’altro spessore. Siamo giunti al cuore del problema; meglio, siamo ad un “bivio” che impone una scelta netta alla  quale  non  possiamo  sottrarci:  da  una  parte  c’è  la  strada  indicata  e  già  percorsa  dal  canto gregoriano  e dall’altra parte c’è il percorso segnato dal puro utilizzo dei testi propri. Restringiamo volutamente  il  campo  a  queste  due  possibilità  e  non
  consideriamo  altre  strade  che,  a  partire  dai primi anni del post-Concilio, hanno rappresentato non solo la rottura con la Tradizione della Chiesa, ma  un  vera  vergogna  che,  all’insegna  della  più  banale  improvvisazione  e  con  la  complicità  di  una buona  parte  di  liturgisti,  ha  finito  per  contraddire  anche  i  presupposti  minimi  del  culto  divino, dell’arte  musicale  e  del  buon  gusto.  Il  vicolo  cieco  di  tale  follia,  inutile  dirlo,  ha  condizionato  la riflessione e la prassi fino ad oggi: i frutti di questa pianta malata si presentano a noi continuamente con  abbondanza  e  altrettanta  inconsistenza,  icone  fasulle  di  una  liturgia  ridotta  a happening di comunità che celebrano se stesse, tanto compiaciute quanto ignare di una mediocrità ormai eretta a sistema. Certo, parlare di testi propri in una situazione così devastata è già un grande passo avanti, ma  è  solo  il  modo  per  uscire  da  un  vicolo  cieco  per  giungere  comunque  –  seppure  su  un  piano diverso  –    al  suddetto  bivio  che,  a  sua  volta,  reclama  una  precisa  scelta  di  percorso,  con  tutte  le conseguenze e le insidie che ne derivano.
        Già  si  è  detto  cosa  significhi  imboccare  decisamente  la  strada  segnata  dal  canto  gregoriano;
valutiamone ora sinteticamente le conseguenze pratiche. Ciò che abbiamo definito itinerario proprio del  testo  sacro,  si  sostanzia  in  una  elaborazione  molto  complessa  che,  a  sua  volta,  richiede  la presenza di specialisti per l’esecuzione.  La media complessità, ad esempio, di un introito, come la notevole difficoltà di un graduale o di un offertorio, chiamano in causa una schola ben preparata e un  solista  assai  dotato.  Ciò  significa  che  il  testo mostra  le  sue  qualità  espressive  e  diviene  proprio solo attraverso “forme elevate” che, segnatamente nel contesto liturgico della messa, si distinguono nettamente da costruzioni in stile sillabico riservate al repertorio delle antifone dell’Ufficio Divino. Testo e complessità di elaborazione restano inscindibili: il testo proprio, inseparabile dal momento liturgico,   risulta   altrettanto   inseparabile   dal   progetto   stilistico-formale   che   ne   definisce   la destinazione liturgica.           Il  canto  gregoriano,  ben  inteso,  si  spinge molto  oltre  e  aggiunge,  alla  suddetta  logica,  la componente  formulare  e  allusiva;  in  ogni  modo,  quanto  detto  è  sufficiente  per  trarre  una  prima significativa  conclusione:  in  questo  percorso  non  c’è  traccia  di  canto  assembleare.  In  altre  parole, l’itinerario  del  testo  liturgico  che  diviene  canto non  è  affidato  all’assemblea,  alla  cui  limitata “potenzialità”  si  aggiunge  una  ancor  più strutturale  e  radicale  inadeguatezza  e  distanza dal progetto sonoro  a  cui  sono  sottoposti  i  testi  propri  della  liturgia.  Altra  cosa  sono  i  testi dell’Ordinario, a partire dalle acclamazioni e dalle risposte al celebrante: qui la tradizione del canto liturgico  apre  ampi  spazi  per  il  coinvolgimento  diretto  dell’assemblea.  Ma  i  testi  propri  sono  ben altra cosa.
        Tornando al nostro “bivio”, l’altra strada praticabile è appunto quella del puro rispetto dei testi propri. Il progetto, in questo modo, prende decisamente un’altra direzione perché perde innanzitutto la  sua  natura  simbolica,  ovvero  la  capacità  di  rappresentare  la  sintesi  di  elementi  costitutivi  fra loro inscindibili.
 Il solo rispetto del testo opera di fatto una frattura fra testo, stile, forma, modalità esecutive,  depotenziando  ciascuno  di  questi  elementi,  fra  loro  non  più  in  relazione  vitale.  La primazia del testo – in sé punto di partenza ineludibile – assume contorni ambigui, rendendo di fatto secondaria la qualità del suo percorso di elaborazione stilistico-formale. Tentando di schematizzare, potremmo dire che la prima strada del bivio era indirizzata alla sintesi fra “cosa” e “come” si canta,mentre  questa  seconda  strada,  pur  mantenendo  prioritario  il  “cosa”  (il  testo  proprio,  appunto), ridiscute il “come” intendendolo entità a sé stante, non più intimamente connessa al “cosa”, ma da ridefinire con criteri diversi.
        Una  volta  realizzata  la  frattura,  i  criteri  del  “come”  appaiono,  ahimé,  ormai  svincolati  da  un ordinato  e  complesso  percorso  stilistico-formale.  L’immediata  e  logica  conseguenza  è  inevitabile: nell’attuale  situazione  –  che  ha  via  via  consolidato  un  grave  malinteso  circa  il  significato  di partecipazione  attiva  dell’assemblea  al  rito  –  è  scontato  che  al  “come”  venga  anteposto  il  “chi” canta.  Ma  la  differenza  è  davvero  sostanziale:  come  si  è  detto,  la  sintesi  fra  “cosa”  e  “come” delineava  un  itinerario  proprio  del  testo  e  produceva  un  “chi”  conseguente  (la schola).  Se, viceversa, il “chi” prende il posto del “come”, tutto cambia radicalmente, nel senso che l’assemblea, divenuta  ora  inopportunamente  elemento  discriminante,  invertirà  essa  stessa  la  logica  definendo  e subordinando  il  “come”.  Stili  e  forme  non  potranno che  essere  misurate  sulle  possibilità  concrete (ed esigue) dell’assemblea: tutto diviene senza dubbio più semplice e, secondo un’opinione diffusa, pastoralmente più conveniente. Ma il testo assomiglia qui ad un “cavallo di Troia” che, simulando una  continuità  con  la  tradizione  (il  rispetto  dei  testi  propri),  una  volta  entrato  nella  liturgia conferisce  legittimità  ad  un’operazione  tanto  illusoria  quanto  distruttiva  e  produce  dall’interno  la grave rottura del progetto globale, vero “talento” consegnatoci dalla Chiesa. La lezione insegnataci dal canto proprio della liturgia romana è chiara: all’assemblea non spetta la proclamazione in canto dei testi propri della liturgia; per questo ministero si rende necessaria la schola. La scelta dell’altra strada può nutrire l’illusione che il rispetto dei testi propri sia perfettamente compatibile con il canto assembleare:  si  tratta  effettivamente  di  un’illusione,  perché  l’idea  di  far  cantare  a  tutti  il  testo previsto  per  quella  precisa  celebrazione  non  può  prescindere  dalla  consapevolezza  di  ciò  che  tale operazione contraddice nella sostanza.
        Che fare, dunque, dei testi propri destinati al canto? E’ necessario attenersi al canto gregoriano e cantare solo quello? Certamente no. Anche se esso rimane il canto proprio della Chiesa, al quale “riservare   il   posto   principale”   (SC   116),   il   suo   messaggio   indelebile   e   normativo   sta nell’indicazione di un progetto di elaborazione testuale che il testo è chiamato a realizzare. Più che auspicare  un  coinvolgimento  diretto  dell’assemblea,  sarebbe  meglio  auspicare  un  nuovo  percorso compositivo  sui  testi  propri  (non  necessariamente  solo  in  latino):  non  una  semplificazione  per un’esecuzione alla portata di tutti, ma, al contrario, una nuova rielaborazione tesa a far sintesi di ciò che  il  canto  gregoriano  è  riuscito  a  realizzare  in modo  unico:  l’esegesi  dei  testi  attraverso  la costruzione di un solido, coerente e complesso impianto stilistico-formale, “elevato” nel linguaggio musicale  e  diversificato  in  rapporto  al  contesto  liturgico.  Si  tratta,  in  sostanza,  di  rimettere  ordine alla  citata  successione  “cosa  –  come  –  chi”    fatta propria  dalla  Tradizione  del  canto  liturgico  e incarnatasi  pienamente  nel  canto  gregoriano;  da  lì va  tratto  il  modello  per  orientare  con  arte  gli sforzi  futuri.  E’  una  sfida  certamente  dai  tempi  lunghi  che  vede  coinvolti  non  solo  i  musicisti, ma anche   e   soprattutto   le   compagini   corali,   chiamate   non   principalmente   a   sostenere   il   canto assembleare, ma innanzitutto a realizzare al meglio e con rinnovata professionalità il loro ministero innanzitutto mediante l’esecuzione delle forme elevate (antiche e nuove) del Proprium Missae.  
Come molti amano precisare, la presenza dell’assemblea nel territorio del Proprium Missae non diminuirebbe  l’importanza  della  schola,  chiamata  ugualmente  a  coprire  i  medesimi  spazi,  magari alternandosi  all’assemblea  o  cercando  una  sorta  di equilibrato  compromesso.  Ma  un  equilibrato compromesso,  in  sé  auspicabile  in  ogni  azione  liturgica,  non  può  fondarsi  su  invasioni  di  campo; una volta rispettate le competenze, si potrà poi parlare di compromesso. Ciò che spetta alla schola – in  rapporto  al  canto  dei  testi  propri,  ben  inteso  –  non  lo  può  fare  nessun  altro:  la  sua  presenza,  in verità  troppo  spesso  tollerata,  è  invece  da  intendersi  come  necessaria  e,  soprattutto, unica  per  la realizzazione  in  canto  dei  testi  propri.  Scegliendo  un’altra  strada,  ovviamente,  questo  presupposto viene disatteso e tutti sono potenzialmente legittimati a fare tutto. Il coinvolgimento assembleare, in questo  caso,  è  la  misura  della  nostra  indisciplina nel  rispettare  le  precedenze.  Tale  regola  d’oro, dettata dalla Tradizione della Chiesa, suggerisce di orientare i nostri sforzi verso ciò che possiamo davvero  definire  “buona  pronuncia  del  testo”,  operazione  del  tutto  estranea  al  coinvolgimento dell’assemblea.  Il  canto  gregoriano  ci  ha  dato  la  misura  di  questa  buona  pronuncia  e  lo  ha  fatto mettendo a dura prova schola e solisti,  gli unici  soggetti in  grado di far risuonare le  forme  elevate prodotte dall’elaborazione del testo. Ciò che ha fatto il gregoriano con il testo latino, che ha trovato continuità di intenti nella tradizione polifonica classica, è ciò che oggi si richiede con pari e assoluta precedenza  alle  nuove  proposte  musicali  anche  con  traduzione  italiana  dei  testi  propri.  Il  canto gregoriano  ce  lo  ricorda  continuamente:  la  sua  esecuzione  –  anche  e  soprattutto  oggi  –  al  posto principale nella liturgia, non va intesa come scelta immutabile di un repertorio musicale, bensì come memoria e monito di un’esigenza ineludibile di sintesi fra testi, forma, stile compositivo. In questo senso  le  nuove  composizioni  –  come  raccomandava  profeticamente  il Motu  proprio  di  Pio  X  nel 1903  –  dovranno  “assomigliare”  al  canto  gregoriano.  Oggi  possiamo  ben  dire,  parafrasando Agostino,  che  tale  somiglianza  non  si  pone  sul  piano  del  “disegno”  musicale,  ma  del  “progetto” esegetico complessivo che lo determina.
Ma  proprio  questo,  in  fondo,  è  il  limite  strutturale  dell’odierna  riflessione:  le  nuove  risposte  a tale  progetto  normativo  sono  accomunate  dal  marchio  della  “semplificazione”,  parola  d’ordine  di tutto ciò che diviene oggetto di preoccupazione pastorale. Lo stesso canto gregoriano, a ben vedere, è  stato  intimamente  coinvolto  in  questa  latente  deriva  post-conciliare.  Che  il  gregoriano  sia  stato ostinatamente  rifiutato  dopo  l’ultima  riforma  liturgica  è  un  triste  dato  di  fatto,  ma  che  lo  stesso repertorio della Chiesa sia stato oggetto – da parte della Chiesa stessa  – di operazioni discutibili è forse  meno  evidente,  ma  altrettanto  vero.  Ne  è  esempio  paradigmatico  il Graduale  Simplex:  non potendo  in  questa  sede  analizzare  a  fondo  il  suo  contenuto,  va  detto  che  già  il  titolo  si  presenta  come  un  vero  e  proprio  ossimoro,  se  consideriamo  il  fatto  che  il  Graduale  –  il  libro  liturgico  che contiene i canti del Proprium Missae
 – non prevede alcuna “semplicità” nella costruzione musicale di tutti i suoi brani. Il “prestito” di antifone sillabiche dal repertorio, seppure autentico, dell’Ufficio Divino,  risponde  ancora  una  volta   alla  logica  della  semplificazione,  operata  attraverso  una decontestualizzazione della quale, forse, non si sono valutate a sufficienza le conseguenze. Il “fine” di una esecuzione più “condivisa” ha giustificato i “mezzi” , sacrificandone l’essenza più preziosa.  
La  vera  sfida  per  il  futuro  –  al  contrario  –  lanciata  dal  canto  gregoriano  e  dalle  sue  vertiginose prospettive  fatte  proprie  da  sempre  dalla  Chiesa,  si  muove  in  direzione  esattamente  opposta  e proprio  per  questo  rischia  di  non  trovare  sfidanti veri.  L’elaborazione  musicale  dei  testi  liturgici propri è chiamata a presentarsi come operazione di spessore epocale, da prepararsi a lungo, con cura e  con  alto  profilo  artistico.  Ma  soprattutto  è  chiamata  ad  essere  un’operazione  squisitamente ecclesiale, nel senso che spetta alla Chiesa stessa, attingendo alla fonte del “suo” canto gregoriano, definire  testi,  tempi,  impianto  formale  di  composizioni  chiamate  a  farsi  vera  liturgia  e  che,  con linguaggi nuovi, sappiano alludere alla medesima operazione di esegesi e di lectio divina portate a perfezione dal canto gregoriano. Tutto ciò non è affatto semplice, né tantomeno semplificabile. Canto dell’Assemblea: che fare?
Ma  se  davvero  vogliamo  seguire  la  strada  maestra  della  continuità,  come  va  inteso  il  ruolo dell’assemblea? Se non le competono i testi propri, qual è il suo spazio musicale? Già si è detto del coinvolgimento assembleare nelle risposte e nei canti dell’Ordinario. Ma per i momenti del Proprio, in sostituzione della schola, come può subentrare l’assemblea?
Scegliere la strada della continuità significa accogliere anche per l’assemblea la logica stilistico-formale,  sulla  quale  abbiamo  voluto  porre  particolare  attenzione.  Ferma  restando  la  destinazione “specialistica” dei testi propri, all’assemblea spettano nuovi testi che con sapienza e sicura dottrina sappiano  commentare,  meditare  anche  con  parole  nuove  i  misteri  celebrati  durante  l’intero  anno liturgico  e  nei  diversi  momenti  del  rito.  Se  lo  stile  del  canto  assembleare,  per  sua  natura,  non  può che  mantenersi  semplice,  è  precisamente  sulla  forma  che  l’assemblea  deve  trovare  un  suo  spazio specifico.  I  vasti  repertori  del  canto  popolare  tradizionale  e  post-conciliare  hanno  cristallizzato  le più disparate forme musicali, con una spiccata propensione, soprattutto in questi ultimi decenni, per la  forma  responsoriale.  Ma  il  canto  assembleare  è  chiamato  ad  andare  oltre  la  riesumazione  e  la riproposizione  –  in  sé  molto  apprezzabile  –  di  tali  repertori,  dai  quali  va  certamente  attinta  la  rara capacità  di  trasmettere,  con  vera  arte  musicale  e  profonda  ispirazione,  l’intensa  e  commovente devozione popolare.
Ebbene,  anche  qui,  se  vogliamo,  è  la  stessa  Tradizione  plurisecolare  del  canto  liturgico  ad insegnarci qualcosa. La riflessione sulle forme da destinare all’assemblea, vede nell’inno una delle risposte più concrete e coerenti. Com’è ampiamente testimoniato dall’antica tradizione ambrosiana e  gregoriana,  la  forma  dell’innodia  definisce  una  sorta  di  modello  paradigmatico  del  canto assembleare:  il  testo  originale,  la  struttura  strofica  misurata  e  ripetitiva  facilmente  memorizzabile,fanno  dell’inno  un  potente  strumento  espressivo  alla  portata  di  tutti.  Com’è  noto,  la  liturgia  lo  ha collocato, salvo eccezioni, nel repertorio dell’Ufficio: dunque, l’elemento di novità potrebbe essere precisamente l’estensione del suo impiego assembleare anche e soprattutto alla liturgia eucaristica.
Ferma  restando  una  possibile  pluralità  di  forme  anche  per  il  canto  assembleare,  perché  non identificare “innanzitutto” in una nobile forma consegnataci dalla Tradizione – l’inno, appunto – il segno distintivo del canto del popolo in una liturgia cattolica? La consolidata tradizione del corale in ambito protestante – che pure attinge per una buona parte delle sue melodie all’antica innodia – offre chiara testimonianza della necessità e dell’efficacia di un solido e preciso riferimento formale per il canto di tutti i fedeli. Alla luce di tali esperienze, sarà forse utile ripartire proprio dall’innodia per  un  nuovo  progetto  testuale,  formale  e  musicale di  canto  assembleare  aperto  al  futuro  e confortato dalla genuina e antica esperienza ecclesiale.
Conclusioni
Un’esigenza  si  impone  su  tutto  il  resto: fare  ordine.   
I  decenni  post-conciliari  sono  stati contrassegnati,  come  si  è  detto,  da  sistematici  tentativi  di  omologazione:  si  tratta  dunque  di percorrere la strada opposta della differenziazione, per scoprire sempre più chiaramente l’autentico rapporto  vitale  che  unisce  e  al  tempo  stesso  distingue  la  schola  dall’assemblea,  per  assegnare  ad entrambe  la  corretta  collocazione  nella  prassi  liturgico-musicale.  Fare  ordine  equivale  a  definire irrinunciabili priorità e gerarchie, che proviamo riassumere in estrema sintesi:
1) I  testi  propri,  come  tali,  hanno  la  precedenza  assoluta:  il  loro  utilizzo  “musicale”  è subordinato storicamente ad una complessa, nonché specialistica  e strutturata elaborazione stilistico-formale:  per  questo  motivo  non  sono  affidati  all’assemblea,  ma  alla  schola:  a quest’ultima    va    pertanto    riconosciuta    una    precedenza    “strutturale”    nei    confronti dell’assemblea in ordine al canto liturgico. Parafrasando il dettato conciliare, potremmo dire che va  riservato  il  posto  principale  al  canto  proprio  della  schola,  ovvero  al  canto gregoriano o a forme elevate polifoniche di antica o nuova composizione sui medesimi testi propri.
2) Una volta rispettata, in termini di principio, la prima condizione, si apre per i momenti della liturgia  la  possibilità  di  far  cantare  l’assemblea con  stile  semplice,  con  testi  “non  propri”  e con selettività di forme. Risulta dunque evidente, per tali contesti rituali, la subalternità del canto  assembleare,  viceversa  prioritario  nelle  risposte  al  celebrante  e  raccomandabile  nei canti (non però trasformati in forme responsoriali) dell’Ordinario.
3) L’esemplarità musicale del rito parte da qui e si fonda sulle suddette gerarchie, con tutto ciò che  ne  consegue  anche  in  termini  molto  pratici.  Se non  è  concretamente  possibile  –  salvo rare  eccezioni  –  pretendere  il  più  alto  livello  di esemplarità  dalle  comunità  parrocchiali,  è viceversa  doveroso  richiedere  tale  sforzo  non  solo alle  celebrazioni  papali,  ma  anche  alle Cattedrali,  alle  Basiliche,  ai  principali  Santuari,  laddove  cioè  si  dovrebbero  investire  le migliori energie e le più alte professionalità per dar voce in modo conveniente ai testi propri della liturgia. Una cattedrale è chiamata a farsi modello di questa esemplarità di fronte alle parrocchie della diocesi, non punto di riferimento principalmente per il canto assembleare. A quest’ultimo,  infine,  va  innanzitutto  restituita  la  dignità  che  gli  compete:  operazione possibile solo nel quadro di un’ampia riflessione tesa a ridefinire e riordinare competenze e spazi,  per  giungere  a  far  intravedere  nella  forma  dell’inno  un  punto  fermo  in  vista  della formazione di un nuovo repertorio specifico per il canto del popolo.

Fulvio Rampi

Articolo originale

 

Articoli vari:

  • Pensare il gregoriano, in “Adorate Deum”, a cura della Cappella Musicale della Cattedrale di Cremona, Cremona 2002, pp. 69-81; [PDF, 0,1Mb]

  • La liquescenza, in “Polifonie”, Fondazione Guido d’Arezzo-Centro Studi guidoniani, anno III,1-2003, pp. 65-103. [PDF, 0,2Mb]

  • Il canto gregoriano: un estraneo in casa sua, relazione tenuta a Lecce, maggio 2012. [PDF, 0,1Mb]

  • Il canto dell’Assemblea liturgica fra risorsa ed equivoco, 2013. [PDF, 0,1Mb]

  • Cantare in coro: un’esperienza sorprendente, rivista “Librarsi”, Apostrofo Editore, n.1 anno IV, p. 10. [PDF, 0,1Mb]

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