Lunedì, 14 Giugno 2021
A+ R A-

Beethoven sì, Beethoven no

2 agosto 2012

“Una riproposizione veramente «storica» parlerebbe come uno spettro a degli spettri – I grandi artisti del passato li si onora meno con quella sterile reverenza che lascia ogni parola, ogni nota così come sono state messe, che con efficaci tentativi di aiutarli sempre di nuovo a rivivere.

- Certo, se si immaginasse che Beethoven tornasse improvvisamente e che davanti a lui risuonasse una delle sue opere, secondo la pienezza di sentimento e l’affinamento dei nervi più moderni, che dan gloria ai nostri maestri dell’esecuzione: probabilmente resterebbe a lungo senza parole, incerto se levar la mano a maledire o a benedire, ma forse alla fine direbbe: «Ebbene! Questo non è né io né non-io, ma una terza cosa-mi sembra anche qualcosa di giusto, benché non proprio il giusto. Ma vedete voi quel che fate, dato che in ogni caso siete voi a dover ascoltare – e chi vive ha ragione, dice il nostro Schiller. Così tenetevi la ragione e lasciatemi tornare nella tomba». (F. Nietsche,  Umano, troppo umano, 1878).

Ecco un punto nevralgico dell’arte musicale del Novecento messo lì, quasi distrattamente fra opinioni e detti diversi, con qualche decennio di anticipo rispetto alla sua attuazione; bastava  intuire che l’indagine storica che si andava applicando alle epoche passate, dalla quella romana piuttosto che al Rinascimento o ad altro, si sarebbe applicata alle arti e coglierne il senso. Ed eccola entrare a far da protagonista, di soppiatto, poco alla volta –natura non facit saltus– fino a invadere il sapere musicale: l’esecuzione, apparsa sul finire dell’Ottocento con i Toscanini, i Fuertwangler per l’orchestra, i Rubinstein, Busoni per il pianoforte, ecc. e diventata pressoché dogma con la generazione successiva. Eseguire voleva dire ripetere una partitura data, non mutarvi una nota che fosse una, seguirne scrupolosamente le indicazioni, trincerarsi dietro l’autore-nume; in pratica, perdere la propria anima.

Cos’era successo? Semplicemente, se si prendeva l’assunto che nell’opera d’arte vi è uno spirito assoluto, che esso parla a una umanità che mantiene intatto il senso estetico, che la ripetizione del passato è ripercorrere i momenti dello spirito, che il passato ha generato come una catena il presente, ne derivava che i capolavori dei grandi sono tappe della civiltà a cui dobbiamo inchinarci reverenti e da riascoltare religiosamente: essi sono un’entità assoluta, monumenti non legati al tempo e quindi non modificabili, intangibili. Voilà l’idealismo tedesco applicato alla musica. Dunque, se si volesse scrivere una storia dell’interpretazione del Novecento, bisognerebbe registrare il fatto che l’artista è diventato esecutore (non esisteva prima, è sicuro) perché egli si sente in dovere di ri-proporre lo spirito di Beethoven, Mozart e chi volete voi, ri-portandone le note; la storia ideale poi esige che non si possa mutare nulla, perché il corollario che ne deriva è che si deve assoluto rispetto all’autore, perché è lui che parla ed è lo spirito del suo tempo che si rivela.

Sulla carta è tutto perfetto, sembra essere arrivati al culmine della storia: il capolavoro si auto-perpetua. D'altronde si sta parlando di geni, e i geni sembrano aver fatto la nostra civiltà. Ma la storia, ahimè, è imprevedibile e quello che doveva essere una summa è diventata una prigione; porremo solo qualche domanda, per tentare di comprendere perché quei principi sono oggi una cella frigorifera o un museo delle cere o un termine di arrivo di vecchi che guardano indietro.

Non è che il “rispetto dell’autore” è in realtà uno psicologismo dove il rispetto dell’autore è un sovrapporsi ad un altro e un immedesimarsi in lui? E ciò non lo potremmo chiamare schizofrenia, dal momento che si vive un tempo e ci si immerge in un altro? E il voler rispettare l’autore, -quindi imbevendosi degli usi del tempo, dei modi di eseguire, delle testimonianze d’epoca- non è un procedere per la conoscenza, piuttosto che per la fruizione estetica? Infatti, se un Beethoven ci dispiega meravigliosamente la sua musica, un Machaut o un Frescobaldi ci appaiono distanti anni luce, e la loro musica è più testimonianza di un’epoca che “bello” estetico da gustare, (a meno di ascoltarli per anni  e anni, cosa che il pubblico di oggi non può fare se non a prezzo di tempi lunghissimi); dov’è in questo caso l’interprete? L’estetica del nostro tempo non può essere differente da quelle passate? Bach, Mozart sono eterni, certo, nel senso che ogni autore del passato è eterno in quanto unico, ma quel che di loro resta è ciò che la modernità può assimilare alla propria estetica, cioè qualche melodia e una manciata di musiche in tutto; come mai tanta loro musica non entra nel vivere della maggior parte delle persone? Forse perché non disegnano il moderno, ma piuttosto lo travalicano? Forse perché la musica di oggi semplicemente è calibrata su feste, occasioni, tempi, situazioni dettate dalla tempistica del vivere attuale, mentre quelle passate rispecchiavano tutt’altre parole e ritmi. Ma poi, fino a che punto si può dire di conoscere un’epoca passata quando i mezzi per conoscerla sono incerti? Passi per Beethoven, Mozart, più o meno la musica si fa oggi come allora (ma non c’è da giurarci, proprio no), ma per Bach, Monteverdi, Palestrina, Landino, gregoriano, chi riesce più a dire qualcosa di sicuro, le fonti non danno conto della pratica se non per cenni scarsi e neppure chiari, se non contraddittori. Ecco che la storia ideale comincia a fare acqua, il museo degli oggetti intoccabili si rivela intimamente ipotetico e dunque, per restare nel filosofico, “non-vero” o, in ogni caso, non dimostrabile come vero.

Come si spiega che l’oggetto eterno “da eseguire come scritto” è differente da un esecutore all’altro? Non potremmo dire che l’esecutore non ha un’anima propria ma quella dell’autore, e che ognuno esegue qualcosa di differente da altri perché vi vede un qualcosuccia di diverso; come noi del resto siamo differenti per ognuno dei nostri amici, chi ci vede in un modo, chi in un altro…; un Beethoven unico non esiste proprio, ma tanti quanti sono i cosiddetti interpreti. Forse non ha più anima propria colui che travasa il passato nel presente modificandolo a proprio piacimento e rispetta la propria di anima piuttosto che quella dell’autore? A pensarci bene è proprio il travisamento a dimostrare che il messaggio continua nel presente, perché lo si adatta alle possibilità di ricezione dell’oggi, mentre l’esecuzione “fedele” proclama tutta la distanza e la lontananza di quel messaggio, in qualche modo differenziandolo dalla modernità. Ma il messaggio “eterno” dei grandi chi può dire che sia veramente eterno? Lo è solo se chi ascolta ha le categorie necessarie per capirlo e che si impegna a capire la lingua del tempo; ogni tempo però ha il suo mondo estetico, che parla in nuovi linguaggi e ha tutto il diritto di trascurare il passato perché ha il diritto del sé e di non rivestirsi di altri e mandare il proprio autentico messaggio verso chi fruisce e ha bisogno di sentire parlare nella propria lingua; il fatto che comprendiamo Beethoven è solo perché quel linguaggio resta ancora vicino al nostro, ma non perché egli abbia scritto cose superiori Ogni epoca ha la sua anima, e di assoluto non vi è che la capacità di vivere esteticamente un momento artistico.

Il Beethoven di Nietsche se potesse ascoltare un esecutore di oggi suonare la sua musica non vi vedrebbe sé, perché è certo che noi non abbiamo idea di come fosse lui (non-io), né sentirebbe ovviamente qualcosa che non potrebbe non derivare da lui (io); ma da noi, oggi, funziona così, che ci si traveste, e c’è pure una ragione perché sia così (il museo che conserva il passato attraverso oggetti d’arte per conoscere la nostra storia) e direbbe dunque “Tenetevi la ragione”. Il problema è che i tempi devono pur dire qualcosa di proprio, non ripetere il passato.  di Fausto Caporali

×
COOKIES

Questo sito non utilizza alcun cookies di profilazione.

Sono invece utilizzati cookies normali per la navigazione sul nostro sito.

Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookies.

Anche le informazioni inviate nel modulo contatti saranno strettamente private e non cedute a terzi per scopi pubblicitari o diversi.

AVVISIAMO TUTTI I VISITATORI CHE ARTEORGANISTICA.IT

NON EFFETTUA ALCUNA RICHIESTA DI DENARO VIA EMAIL.

EVENTUALI RICHIESTE FRAUDOLENTE SONO DA CESTINARE IMMEDIATAMENTE.

GRAZIE PER L'ATTENZIONE E BUONA NAVIGAZIONE