Lunedì, 02 Agosto 2021
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Felix Mendelssohn Bartholdy

Felix Mendelssohn Bartholdy durante i suoi viaggi

 

Felix Mendelssohn Bartholdy durante i suoi viaggi ini Italia era solito inviare lettere alla famiglia e agli amici. Di seguito alcune delle sue impressioni in questi frammenti che raccontano di uno stile italiano non tanto diverso da quello attuale se pur indietro nel tempo. 

"Finalmente in Italia! Vi ho sempre pensato come a una delle gioie più grandi della mia vita, da quando ho la facoltà di intendere. Ora questa meravigiosa avventura è incominciata e io la sto vivendo. La giornata di oggi è stata ricca di impressioni, cosicché ho potuto avere un po' di raccoglimento solo questa sera, e vi scrivo per ringraziarvi, cari genitori, della felicità che mi avete procurato [...]" (lettera alla famiglia del 10 ottobre 1830).



"La gente ha molto lodato o molto biasimato le cerimonie della settimana santa e, come spesso avviene, tutti dimenticano di dire la cosa più importante, e cioè che è un tutt'uno inscindibile [...] Molti hanno cercato di separare la sola musica dall'insieme accusandola d'aver bisogno dell'esteriorità per produrre effetto. Essi possono aver ragione, ma siccome questa esteriorità è necessaria in quel luogo, soltanto nella completezza dell'insieme, essa può produrre il suo effetto. Sono quindi persuaso che il luogo, il tempo, la disposizione, la gran quantità di gente che nel più grande silenzio aspetta il momento in cui si dà inizio alla musica contribuiscono a produrre quell'impressione; perciò mi riesce odiosa l'idea che intenzionalmente si voglia separare ciò che appartiene a tutto un insieme per mettere in rilievo soltanto una parte che si ritiene di scarso valore" (lettera alla famiglia del 4 aprile 1831).

"[...] per me la musica non è un "mezzo per elevare alla devozione" come qui vogliono, ma è piuttosto un linguaggio che mi parla, e il significato è esattamente quello espresso dalle parole, soltanto quello in esse contenuto. Così è la Passione di Bach" (lettera a Zelter del 16 giugno 1831).

"[...] devo biasimare che [in Italia] la musica non sia conforme e degna delle rovine, dei quadri, delle bellezze della natura, che insomma non sia un'ottima musica" (lettera a Zelter, 1 dicembre 1830).

"L'arte, in Italia, ora è soltanto nella natura e nei monumenti; in questi essa rimane anche eterna [...] Ciò nonostante io sono un musicista troppo esigente per non desiderare ardentemente di ritrovarmi con un'orchestra e un coro completo. Lassù da noi c'è la musica, nulla di simile c'è qui. Essa è diventata cosa nostra, e se dobbiamo privarci per tanto tempo di questo elemento ne sentiamo troppo la mancanza [...] L'Italia non può conservare la gloria di essere chiamata il "paese della musica"; di fatto l'ha già perduta e ciò accadrà presto anche nell'opinione della gente, per quanto quest'ultima eventualità sia affidata al caso" (lettera alla famiglia del 17 maggio 1831).

"Le orchestre sono più scadenti di quanto si possa immaginare. Mancano del tutto i musicisti e una giusta sensibilità interpretativa. Quei pochi suonatori di violino hanno ciascuno il proprio modo d'imbracciare lo strumento ed entrano a loro piacimento; gli strumenti a fiato o crescono o calano [...] tutto l'insieme sembra una vera musica di gatti e queste poi sono le composizioni che conoscono. Ci sarebbe da chiedersi se è possibile attuare una riforma radicale, mettere altra gente in orchestra, insegnare il tempo ai musicisti, avere il desiderio e la possibilità di istruirli dall'inizio; e non c'è alcun dubbio che anche la gente ne avrebbe piacere. Fino a che non si farà questo non vi saranno miglioramenti, ma tutti sono così indifferenti che vi sono poche speranze al riguardo [...] E se almeno le cose andassero meglio nel canto! I grandi cantanti hanno abbandonato il paese: Lablache, David, la Lalande, la Pisaroni e altri cantano a Parigi e ora i pigmei copiano i loro passaggi migliori e ne fanno insopportabili caricature" (lettera alla famiglia del 17 gennaio 1831).

"I cantori pontifici, poi, invecchiando diventano antimusicali, non riescono a eseguire bene neanche i pezzi che cantano abitualmente, e l'intero coro si compone di trentadue cantori che però non sono mai al completo" (lettera alla famiglia del 7 dicembre 1830).

"Il papa è morente o già morto; "ne faremo presto uno nuovo" dicono gli italiani con molta indifferenza; tutto gli va bene purché la sua morte non rechi danno al carnevale e le feste religiose continuino sempre con la loro pompa, le loro processioni e la loro bella musica" (lettera alla famiglia del 30 novembre 1830).

"Il popolo è intellettualmente insignificante e alquanto smarrito. Essi hanno una religione in cui non credono, hanno un papa, dei governanti, e se ne ridono; hanno uno splendido, luminoso passato che non tengono in nessun conto. Non c'è da meravigliarsi, quindi, se non riescono a godere delle cose dell'arte, se tutto quello che è bello è per loro indifferente [...] Prima le cose non andavano meglio, ma allora si credeva, e ciò costituisce la differenza" (lettera alla famiglia del 7 dicembre 1830).

"L'idea di un grosso centro per un grande popolo, che rende Londra così straordinariamente bella, mi sembra che a Napoli non ci sia, proprio perché manca il popolo; infatti, non posso chiamare popolo i pescatori e i lazzaroni. Essi sono piuttosto selvaggi, e il loro punto d'incontro non è Napoli ma il mare. Il ceto medio, quelli che esercitano un mestiere, i cittadini che lavorano e che nelle altre grandi città costituiscono il fondamento della popolazione, qui sono del tutto subordinati; ma si potrebbe dire che mancano del tutto" (lettera ai genitori del 6 giugno 1831).

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